Djeser Djeseru: il tempio funerario di Hatshepsut a Deir el-Bahri

Capitolo II

 

 

  1. La creazione della “Valle dei Re”

Hatshepsut, organizzatrice per natura, voleva realizzare tutti i progetti maturati nella sua mente, ma prima di tutto era necessario affermare il suo ruolo di sovrana sulla terra di kemet, predisponendo attorno alla sua futura sepoltura le tombe dei sovrani che le sarebbero succeduti sul trono d’Egitto. Questo significava abbandonare la tradizione di disperdere le sepolture reali, ricreando una vasta necropoli.

Bisognava innanzitutto scegliere il luogo adatto: anche Hatshepsut, nonostante tutto, rimase fedele alla forma essenziale e sacra della piramide, ma in quella regione montuosa da lei scelta poteva servirsi di una fantastica proposta, probabilmente suggerita dal Gran Sacerdote Hapuseneb e dal Gran Maggiordomo Senenmut; sulla riva occidentale del Nilo, di fronte a Tebe, il punto culminante del massiccio montuoso presentava una forma piramidale naturale, la “santa cima” (Ta dehenet), venerata perché abitata dalla Grande Dea (Hator). Questo fenomeno naturale sarebbe diventato la parte visibile del comune monumento funebre, nei cui fianchi Hatshepsut avrebbe fatto costruire la prima sepoltura della necropoli.

Sotto la cima sacra, nelle viscere della montagna sede di Hator, Hatshepsut sapeva che i sovrani defunti, preservati grazie alla mummificazione, avrebbero ripreso vita nel seno stesso della dea; quel grembo universale simboleggiava l’oceano primordiale da cui tutto era nato.

Questa raffigurazione sarebbe diventata comune nell’arte funeraria: la vacca Hator che sorge dalla montagna tebana, circondata da un cespuglio di papiro. Ed era quindi ovvia l’erezione della statua di Hator posta in una nicchia ai piedi di Deir El-Bahri, dove Thutmosi III farò poi rappresentare il figlio Amenhotep II inginocchiato sotto l’animale, intento a nutrirsi a una mammella della vacca che esce da una macchia di papiro.

Gli operai della corporazione regia di Deir el-Medineh finirono così per chiamare quel luogo così venerabile e sacro “la grande prateria” (di papiro). Lo stesso luogo che si chiamerà “Valle dei Re” dopo Champollion.

  1. Il tempio a terrazze della Grande Sposa Reale

 

Per la sua vita dopo la morte, Hatshepsut aveva concepito un percorso attraverso le viscere della dea, che doveva concludersi nella grande sala del sarcofago.

Da quel momento, la regina sarebbe apparsa accanto agli altri sovrani defunti, sottoforma di un bovino su una navicella, intento a superare la palude della sopravvivenza circondata di papiro.

Dopo i calcoli astronomici per l’orientamento, Hatshepsut fece preparare piccoli pozzi destinati a riceverei primi “depositi di fondazione”.

Fu certamente una delle prime emozioni di Champollion nella Valle dei Re, scoprire quei depositi intatti e decifrare il prenome della regina: maatkara. Il contenuto era un campionario di tutto quello che era servito per la sepoltura*.

Ogni complesso funerario, poi, doveva forzatamente essere completato da una cappella per il culto celebrato dai viventi per il defunto.

Il Djeser Djeseru, la “meraviglia delle meraviglie”, avrebbe dovuto superare in armonia, equilibrio e divine proporzioni le altre opere architettoniche.

La sovrana affidò i lavori a Senenmut, dandogli carta bianca per coordinare i lavori del suo tempio giubilare; così, l’anfiteatro roccioso ai piedi del quale Monthuotep II (il Grande) aveva fatto erigere il suo complesso funerario stava per essere alterato nella parte nord dall’edificazione su tre livelli di terrazze orizzontali sovrapposte, formate da portici a pilastri e da colonne. Due rampe d’accesso avrebbero tagliato al centro ognuna delle terrazze, approntata nell’asse della figura abbozzata naturalmente con l’aspetto della familiare statua-cubo.

I primi due portici, tagliasti entrambi al centro da una rampa d’accesso, dovevano presentare facciate armoniose costituite da pilastri e colonne, con serie ascendenti dietro le quali le mura dovevano eternare, grazie alla valenza magica delle decorazioni, i momenti più importanti del regno, cari alla sovrana, il tutto per proiettare Hatshepsut e il suo operato nell’immortalità.

  1. Le decorazioni

 

I temi trattati nelle decorazioni sarebbero stati tre: il più importante era quello dell’affermazione dei diritti al trono, con la sequela delle immagini riguardo la misteriosa teogamia. Queste scene dovevano ornare la parte nord del secondo portico, accanto alla nascita e alla giovinezza della regina; seguiva poi il tema della sovrana costruttrice, fedele agli antenati e al culto divino, con le immagini del trasporto e dell’erezione dei due colossali obelischi, sulla parte sud del primo portico, in sintonia con la posizione geografica delle cave di granito rosa di Assuan.

Successivamente doveva essere rappresentata la fantastica spedizione del paese di Punt, nella parte sud del secondo portico.

Infine, la zona nord del primo portico, sarebbe stata riservata alla rappresentazione della palude e della trasformazione prima della rinascita, come si conveniva a ogni cappella funeraria.

Hatshepsut non desiderava che lo spazio per le feste sed, i giubilei ultraterreni infiniti, fosse adombrato da scene che alludevano a battaglie, poiché la sovrana avrebbe fatto allusione a ciò in seguito, esponendolo in un altro dominio di Hator: la grotta preparata per Pakhet, una forma della dea ricordata come leonessa dagli artigli acuminati**.

Per ricordare le battaglie superate, si fece rappresentare come sfinge che calpesta dei nemici nel panico più totale, con un’immagine che coniuga eleganza e malizia.

  1. Il tempio giubilare

 

Hatshepsut desiderava che la nuova concezione dell’immagine osirica tradotta nel suo complesso giubilare fosse accompagnata da commentari non troppo impenetrabili.

Coloro che sarebbero andati ad ammirare la sua immagine avvolta nel sudario osirico sapevano che il dio morto, divenuto mummia, doveva risorgere, dato che il Djeser Djeseru aveva la funzione di assicurare l’eterno rinnovarsi del sovrano defunto.

Per rendere comprensibile tutto ciò, bisognava seguire delle tappe piuttosto semplici: nella prima, il dio Osiride veniva rappresentato (a partire dal Medio Regno) sul suo trono e con le tradizionali insegne in mano, la sferza (nekhakha) e l’uncino (nekha); i due scettri evocavano i simboli di Osiride, antenato di tutti i re d’Egitto.

Per la fase finale del viaggio era necessario utilizzare scene comprensibili a tutti, per seguirne correttamente il progredire: queste immagini erano il segno della vita, ankh, accompagnato dallo scettro a testa di cane, uas, i due simboli solari per eccellenza e tenuti in mano dagli dei, i quali evocavano il soffio della vita, l’azione solare.

Hatshepsut, quindi, aveva voluto farsi rappresentare in questo modo per richiamare la sua nascita giubilare, in contrasto con ciò che insegnava il dogma osirico.

Due entità in una: la forza in letargo (il sole tramontato) e l’energia liberata (l’astro al suo risveglio); il simbolo era rafforzato dal duplice significato che assumevano ankh e uas, per un rebus amato dagli egizi, ovvero “latte”, questa fonte di vita, il primo alimento dei neonati, necessario per i primordi dell’esistenza.

  1. Il Sancta Sanctorum

 

La porta di granito rosa chiamata Amon dagli splendidi monumenti dava l’accesso alla parte più sacra e nascosta del tempio, lontano da occhi umani.

La vasta terrazza superiore rettangolare era circondata da basamenti, ai quattro lati, destinati ad accogliere un doppio ordine di colonne, mentre il viale centrale doveva ospitare otto statue colossali della regina genuflesse, intente ad offrire i vasi globulari di vino. In fondo, a ovest, i locali del Sancta Sanctorum erano scavati nella montagna, seguendo l’asse del tempio; ai lati dell’asse, i cavatori avevano ricavato le nicchie del culto (cinque grandi e quattro piccole), destinate ad accogliere dieci statue osiriche di tre metri e otto assise della regina, più piccole. Una porta in legno dei Paesi del sud chiudeva le preziose cappelle.

Persino i colori obbedivano a una simbolistica precisa: le statue osiriche del portico della terrazza avrebbero avuto il volto dipinto di rosso delle statue virili; le teste delle effigi osiriche nelle nicchie sul fondo sarebbero state dipinte di giallo-arancio, colori che evocavano la transizione; infine, altre quattro statue osiriche erano state destinate ad inquadrare lo zoccolo per la barca sacra di Amon, la Utes Neferu, quando avvenivano le feste. Il volto delle statue di Hatshepsut sarebbero state color giallo pallido e con un lieve sorriso, naturalmente ornato dalla rituale barba ricurva, blu come le sopracciglia.

Dl momento che era a suo padre divino Amon che Hatshepsut aveva dedicato quel luogo sacro, la parte centrale doveva accogliere l’arca sacra del dio; sotto un soffitto a volta, l’arca veniva deposta in occasione della grande festa, sul supporto detto Lago D’oro. Testi e incisioni avevano il compito di precisare che la “Utes Neferu” colei che innalza la forza incarnata (divina) doveva essere circondata, ai quattro angoli, da quattro bacili pieni di latte e da quattro torce:

Maatkara accenderà la fiaccola a suo padre Amon come offerta quotidiana per vivere per sempre

 

Sulle pareti erano scolpiti i rilievi in cui Amon riceveva gli omaggi e la famiglia reale rendeva il culto alla barca sacra.

Nella parte settentrionale, Hatshepsut e Thutmosi III, genuflessi e accompagnati da Neferura in piedi, vestita da giovane donna, facevano offerte alla barca sacra e l’atto veniva rinnovato da immagini di Thutmosi I e la regina Ahmes con la piccola Neferubity, tutti defunti. Su muro meridionale, i sovrani regnanti con la principessa Neferura (bambina e nuda) portavano il vino alla barca sacra.

  1. La Bella Festa della Valle***

Una moltitudine di feste erano celebrate annualmente e spesso comprendevano una parata nautica, in particolare quando le processioni passavano dalla riva destra a quella sinistra del Nilo. La più celebre delle feste religiose, sulla riva sinistra, iniziava con la luna nuova del secondo mese della stagione di Shemu (l’estate), ed era la Bella Festa della Valle (o del Principe), che durava undici giorni e veniva celebrata a Tebe, a partire dal regno di Monthuotep II; l’apice era costituito dal viaggio del simulacro di Amon, che usciva da Karnak in pompa magna per recarsi in visita ai gloriosi defunti della riva sinistra. Tutto il popolo prendeva parte al rito. Durante le ore notturne, le necropoli erano illuminate e nei villaggi brillavano piccole lampade davanti agli usci delle abitazioni.

La barca di Amon veniva trasportata su percorsi cosparsi di fiori.

Durante questa festa di cantava, si ballava, si rendeva onore ad Amon e alla permanenza della regalità. Hatshepsut voleva che il fasto di quegli eventi fosse ricordato anche nel cuore del suo tempio.

  1. La sala a cielo aperto e l’altare solare

 

Per  Hatshepsut avevano grande importanza anche i luoghi dove celebrare segretamente (all’insaputa dell’alto clero) le cerimonie giubilari, quindi si premurò di interrogare il fedele Senenmut in proposito; per obbedire alla tradizione, era stato previsto di costruire, a sud, tre stanze a formare gli appartamenti giubilari della sovrana.

La parte sud-ovest era stata dunque consacrata alla regina e agli antenati della famiglia, quella nord-est era stata invece dedicata all’inizio del periplo per la rinascita e il ritorno alla vita.

A nord era stato anche previsto un vasto spazio a cielo aperto, al centro del quale stava un grande altare a cornice per celebrare i riti dedicati al rinnovamento eterno della regalità.

A est del cortile solare, un piccolo vestibolo a tre colonne era stato riservato alla memoria eterna di Thutmosi II; sulla parete doveva comparire l’effige di Thutmosi II, introdotto da Amon e Ra-Harakhty. Vi era anche una nicchia, nell’angolo nord-est, destinata ad ospitare una immagine di Hatshepsut, radiosa nella giovinezza solare.

La sistemazione del tempio, quindi, era conforme ai desideri e alle aspettative della sovrana, la quale si augurava che quel canonico orientamento degli ambienti giubilari (migliorati dall’epoca delle piramidi) venisse applicato a tutte le dimore divine.

  1. La simbologia del Djeser Djeseru

 

L’architetto Senenmut si era in parte ispirato al vicino tempio di Monthuotep II, eretto nel Medio Regno (XI dinastia), però, il “tempio di milioni di anni” possedeva più terrazze, portici differenti e si estendeva nell’anfiteatro roccioso.

Fin dall’inizio dei lavori, Hatshepsut aveva precisato la sua volontà di edificare il monumento (menu) nel puro calcare tebano per la gloria di Amon e del suo padre terreno, oltre che per i suoi giubilei infiniti; gli elementi architettonici dovevano essere in granito e arenaria e molte statue avrebbero popolato i luoghi di culto.

Le linee di facciate e portici dovevano essere di una purezza unica, così come gli elementi ornamentali non sarebbero stati aggressivi: i rilievi sotto i portici dovevano sembrare cesellati nella pietra e colorati in modo molto vivace, per risaltare nella penombra.

Molto importante era tradurre nella pietra le scene della teogamia, il commentario mistico (sdrammatizzato) di certi fenomeni religiosi, lo svolgersi delle più importanti celebrazioni annuali; infine, era necessario eternare eventi di rilievo del regno (erezione degli obelischi, spedizione a Punt).

Prima corte: le due vaste corti a rampe con i portici, dominate dalle costruzioni per i santuari, erano in parte scavati nella montagna. Davanti ala porta d’ingresso, circondata da un muro di tre assise in calcare dalla cima arrotondata, erano state piantate due persee (mimusops shimperi).

Entrando nella prima corte, profonda circa cento metri, potevano essere subito notati gli alberi da frutto, le palme e la vigna piantati, nonché le mimose; un secondo viale con sette paia di sfingi monumentali con il capo coperto dal khat****, in arenaria dipinta, occupava il centro della corte per quasi cinquanta metri e conduceva a una rampa in calcare posta esattamente nell’asse delle costruzioni superiori del tempio e dei due alberi d’ingresso.

La rampa lunga cinquanta metri saliva dolcemente e conduceva a un doppio portico; la sua base era affiancata da due bacini a forma di T, contornati da fiori, che rievocavano il porto d’arrivo per ogni viaggiatore fluviale, sia nel mondo terreno che nell’aldilà (Hatshepsut li aveva voluti per simboleggiare l’arrivo nel mondo per le feste sed infinite).

Il guardiano di quei luoghi era evocato dalla splendida immagine del leone reale scolpito alla base dei due lati della rampa: la statua, nobilmente eretta sulle zampe anteriori e posizionata su uno zoccolo, aveva la coda alzata a formare una curva sinuosa a protezione del nome della sovrana. Un piccolo muro di circa un cubito e mezzo circondava la rampa, larga dieci metri, e al centro del suo piano inclinato erano stati intagliati dei gradini.

Prima terrazza: superata la rampa si giungeva ai primi due portici che delimitavano la terrazza, la cui lunghezza era di venticinque metri. La facciata non perdeva nulla in leggerezza e la luce giocava tra il duplice ordine di supporti, dando un aspetto sobrio ed elegante, ma senza capitelli floreali.

La varietà dei supporti su due ordini dava una grande vivacità: nel primo ordine, la parte est era costituita da undici pilastri quadrati, quella ovest da colonne “protodoriche” semicircolari, tagliate a otto facce.

Il secondo ordine, composto da undici colonne a dodici facce, aumentava l’impressione e la distanza era sufficiente per contemplare le decorazioni del muro di fondo occidentale, tracciate in rosso e a sette metri d’altezza.

Una cornice copriva la sommità del duplice portico, dominando l’architrave; vi erano inoltre, naturalmente, i doccioni a testa leonina per incanalare la rara acqua piovana torrenziale.

Portico degli obelischi: sul portico del primo livello vi erano le immagini del trasporto degli obelischi dalle miniere di Sehel, vicino ad Assuan, con la partenza delle navi.

Portico della difesa magica: i disegni sul muro di fondo del portico settentrionale (in corrispondenza della zona mistica delle paludi) evocavano alcune scene cultuali: la raschiatura del terreno dei quattro vitelli multicolori rituali (per occultare il sepolcro di Osiride), la venerazione per Amon, la processione delle cinque statue della regina e l’immagine vittoriosa e monumentale di Hatshepsut in forma di sfinge, intenta a schiacciare i nove potenziali nemici del regno; la scena è molto maestosa, con l’imperiosa calma della leonessa dal volto umano, in azione, resa più imponente dal grande diadema di Montu (maestro d’armi).

La protezione del santuario veniva assicurata da scene quotidiane di caccia o pesca nelle paludi.

Ai due angoli esterni (nord e sud) del duplice portico troneggiavano due colossali statue osiriche.

Terrazza intermedia: la seconda corte a terrazzo era meno profonda della precedente (90×100 c.a.) e qui dominava una sobrietà generale; dall’area di fondo sorgevano due doppi porticati sovrapposti con alternanza di colonne e pilastri. La spianata era priva di vegetazione, vuota tranne che per degli immensi zoccoli attorno al passaggio centrale, i quali ospitavano tre paia di sfingi in granito rosa con la barba reale. Partendo dal centro della corte, sempre nell’asse perfetto del tempio, era stata costruita una rampa per condurre al doppio piano della terza terrazza; sul lato della rampa era stato scolpito il corpo sinuoso di un gigantesco e maestoso cobra eretto, mentre in cima era stato collocato un falco solare a tutto tondo. All’imbocco della terrazza intermedia, facevano da guardiane due sfingi con la criniera.

Tutti e due i portici della terrazza superiore avevano un duplice ordine di pilastri quadrati, ornati da rilievi. A oriente, visibile dall’esterno, c’erano effigi di Maatkara in piedi, vestita da faraone, mentre ai lati sud e nord dei pilastri vi era uno spazio riservato a Thutmosi III; all’estremità settentrionale e meridionale dei portici stavano un paio di statue osiriche monumentali di Hatshepsut.

I due portici sovrapposti: le due terrazze sovrapposte presentavano quattro portici a colonne e pilastri; i portici del primo piano erano formati da  due serie di undici supporti disposti come per i portici della prima terrazza, fatti di pilastri-colonne nel primo ordine e di colonne fascicolate nel secondo. Contro i pilastri del primo rango erano state erette grandiose statue osiriche della regina che reggeva in mano due scettri, alte cinque metri e cinquanta. Dietro i due portici superiori (davanti a quali era stato ricavato un passaggio) era stato alzato uno spesso muro; il passaggio, al centro, era ornato dalla magnifica porta monumentale di granito rosa con i nomi dei due sovrani: protocollo di Hatshepsut a sud e di Thutmosi a nord. La porta era policroma.

Lo speso muro di fondo della seconda terrazza nascondeva alla vista il santuario vero e proprio; la facciata orientale (esterna) del muro recava grandi rilievi, mentre sulla porta meridionale si trovava il baldacchino reale, posizionato su una base ornata dai segni ankh, uas e ged, simboli del completo rinnovamento ciclico. A nord (zona per tradizione riservata alla nascita, alla gioventù, ecc) era stata posta una immagine di Thutmosi in costume con l’immagine di Horus con le due ali blu e verdi incrociate sul petto; con la canna in mano, nell’aureola della sua fanciullezza reale, il re avanza verso il dio e dietro, di fronte alla valle, si trovava inciso il testo dell’incoronazione di Hatshepsut.

Portico della teogamia: le decorazioni previste per il muro di fondo del secondo portico nord ricordavano la miracolosa nascita e le fonti divine che confermavano la pretesa del trono da parte della regina. Il tutto si concludeva con  Hatshepsut accompagnata dal padre e da lui presentata quale erede, dopo il suo riconoscimento da parte di tutto l’Egitto.

Portico di Punt: il portico meridionale riportava, con immagini e descrizioni, la spedizione nell’anno IX del regno nel paese di Punt, narrata con fedeltà, ma anche con toni umoristici e poetici.

* le immagini di questi oggetti sono state pubblicate da Naville, DelB, VI, tav. CLVIII

** si tratta dello “Speos Artemidos”, vicino a Beni Hassan nel Medio Egitto

*** per un saggio concernente questa festività poco nota nelle sue manifestazioni pubbliche: G. Foucart, “Études thébaines – La Belle Fête de la Vallée”, BIFAO, XXIV (1924), pag 1-8

**** stoffa inamidata

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