UN FRAMMENTO PROVENIENTE DA UN MONUMENTO PERDUTO DI AMENIRDIS I NEL MUSEO GAYER-ANDERSON AL CAIRO

La posizione occupata dalla dea Mut, moglie del dio Amon, era di estrema importanza, prestigio e significato a Tebe durante la XXV dinastia. Le donne del tempio non erano semplicemente alte sacerdotesse dell’ordine, ma anche figure politicamente influenti, i cui diritti dominavano virtualmente la parte meridionale del Paese, molto vicine ai sovrani nubiani. Allo stesso modo, esse eressero un significativo numero di monumenti durante il loro tempo come officianti al tempio, specialmente in area tebana, utilizzando spesso l’iconografia reale. A questo proposito, infatti, Amenirdis I (attiva dal 740 al 700 a.C. circa, con molte raffigurazioni che continuano fino al 670) e colei che le succedette, Shepenwepet II (circa 695-655 a.C.), tra le più note di queste donne, hanno lasciato ai posteri importanti monumenti funerari, collocati all’interno del recinto del tempio di Medinet Habu. Dato il loro rapporto con il dio Amon, ci si potrebbe aspettare una concentrazione di edifici a Karnak, oltre che in altri luoghi, tra cui l’Alto Egitto in particolare, tuttavia molti dei monumenti eretti o commissionati da loro sono stati smantellati, usurpati o distrutti completamente dai sovrani successivi, com’è frequente nella storia egiziana; pertanto, a volte compaiono frammenti provocanti di provenienza incerta nelle collezioni museali.

Uno di questi frammenti si trova nella collezione del museo Gayer-Anderson al Cairo e recentemente è stata terminata la conservazione e la preparazione per la presentazione nella “Sala Faraonica”. Il frammento di pietra a rilievo, di provenienza sconosciuta (GA 3308) è rotto sul fondo e su entrambi i lati è stato tagliato, lasciando incompleta la scena, con la figura di Amenirdis verticalmente tagliata a metà. Una spaccatura relativamente recente (ora restaurata) guastava l’angolo superiore destro del rilievo.

Così come esiste oggi, il frammento misura 54,7×47,3×3,2 cm ed è scolpito a bassorilievo, con un modellamento minimo interno; molto probabilmente, i dettagli sono stati aggiunti usando la pittura. Il pannello raffigura Amenirdis e il dio Amon-Ra, uno di fronte all’altra in un abbraccio, con due colonne verticali di testo a sinistra dello spettatore. La scena, sul lato destro del pannello, mostra Amon, appoggiato al suo schienale, coronato dalla doppia piuma e con indosso un ampio collare. Le piume si estendono oltre l’immagine, il suo torso è coperto da un indumento superiore tipico del periodo e annodato sulle spalle, mentre sotto indossa il gonnellino. Parte della coda e delle cosce di Amon si sono preservati.

Il dio abbraccia la figura parzialmente conservata di Amenirdis, la quale indossa un vestito con le bretelle, annodate sulle spalle, da cui sporge il seno destro. Il copricapo con l’avvoltoio, sormontato da un modio dal quale emerge la doppia piuma, corona la sua lunga parrucca e la sua fronte è adornata da un ureo; non vi sono dettagli interni delle piume del copricapo. I gioielli consistono in un ampio collare e un largo bracciale. Amon, che guarda da sinistra, abbraccia l’adoratrice col braccio sinistro, ma la mano sulla spalla sinistra della sacerdotessa non è visibile. Quello stesso braccio del dio è sommariamente scolpito, dando l’impressione che sia troppo magro, mentre l’altro stringe il braccio destro dell’adoratrice sopra il gomito. L’arto destro di Amenirdis s’incrocia sul corpo del dio, stringendo un oggetto rituale: si tratta probabilmente del nehbet, una sorta di “bacchetta magica” o di uno scettro hetes. Ogni figura viene identificata da un geroglifico nella legenda: “Amon-Ra”; “Amenirdis, la mano del dio, possa ella vivere”.

Entrambe le figure mostrano gli arti leggermente allungati e le proporzioni slanciate che spesso ritroviamo nell’arte del periodo. I volti sono molti differenti l’uno dall’altro: Amenirdis ha una fronte sfuggente, un volto leggermente paffuto con un naso camuso, con la tipica piega “kushita” del periodo, labbra carnose, una mascella arrotondata e un collo spesso. I suoi occhi sono stretti, con un languore pronunciato alla palpebra interna ed una estesa (leggermente danneggiata) linea cosmetica. Le orecchie sono piazzate in alto sulla testa e mostrano scarsi dettagli, salvo un accenno di depressione indicativo di fori per gli orecchini; il profilo di Amon è leggermente differente da quello più nubiano della sacerdotessa di Mut. La sua testa e la corona sono molto più profondamente lavorate di quelle di Amenirdis (forse a causa di correzioni apportate dallo scultore?), ha una fronte dritta, quasi verticale, che scende fino ad un naso che sicuramente sporge molto, più dritto e prominente di quello di Amenirdis. Il volto è solo leggermente paffuto, il sopracciglio e la linea cosmetica sono ben definiti e l’occhio, come per l’adoratrice, è stretto. Le labbra del dio sono spesse e leggermente danneggiate, la mascella è definita chiaramente e la barba posticcia scende dal suo mento. L’orecchio sembra essere un po’ più in basso sulla testa rispetto a quello di Amenirdis, con una differente forma, meno curvata.

Queste differenze potrebbero rappresentare la divisione maschile/femminile, oppure ciò è a causa della corona, ma potrebbe anche implicare che il dio è nell’atto di ascoltare.

Le due colonne di geroglifici dietro la figura di Amon-Ra, orientati in direzioni opposte, suggeriscono che la scena era bilanciata, sulla sinistra, da un’altra simile. La prima colonna di testo è molto semplice e si legge: wnn ntr dw3t ‘Imn3rdis hnt ka (w) [‘nkh] ed è abbastanza standard, “possa la divina adoratrice vivere, Amenirdis, davanti ai ka”. La seconda colonna è, invece, molto oscura e finora questo autore non ha trovato un parallelo, né una traduzione soddisfacente. Data la composizione del blocco, è probabilmente un’espressione pronunciata da Amon-Ra e ci sono diversi modi per leggero: dd mdw iw ib.i (o iw.ib) shtp.f wrd n.i s3 (t), che può essere tradotto come “Io dico, il mio cuore è pieno di/propizio quando mia figlia è costante per me”. Un’alternativa può essere (ignorando il glifo finale a forma di uccello): “Io dico: il mio cuore. Si placa il più grande”; oppure ancora: “Io dico: il mio cuore che placa il più grande. Ho giurato”.

La comparsa di “iw” nel contesto è decisamente inusuale e non vi è nessun dubbio sul fatto che esistano altre possibili interpretazioni, che l’autore è lieto di lasciare ai colleghi di mentalità più filologica.

Il verso della pietra è altrettanto interessante, poiché coperto di coppie di linee incise in forma di due rettangoli, uno dentro l’altro, che agiscono come una cornice, con l’interno marcato da una X. La ragione di questo simbolo è sconosciuta, potrebbe darsi che i segni siano stati lasciati da una chiave in gesso, oppure il lato è stato usato più tardi per altre idee costruttive, oppure ancora i segni hanno a che fare con il commerciante.

Nonostante la provenienza sia sconosciuta, è abbastanza probabile che questo frammento originariamente  provenisse dal tempio di Karnak. Molte delle costruzioni in arenaria conosciute, raffiguranti Amenirdis I, voluti da lei sola o in comunione con altri, provengono da una serie di aree di Karnak. Le sue immagini appaiono nel tempio di Osiride-Hekadjet; in una cappella dedicata al culto delle spose degli dei su una strada che conduce a nord, al tempio di Ptah; nella cappella di Osiride-Nebankh, datata al regno di Taharqa; nella cappella di Osiride-Wennefer-colui che è nel mezzo dell’albero di Persea; in quello di Osiride-Pedeankh/Nebdjet. Ella compare anche in pochi blocchi provenienti da Medamun e ovviamente nella sua cappella funeraria a Medinet Habu, eretta per lei da Shepenwepet II.

Le analogie più strette con il frammento del Museo Gayer-Anderson si trovano a Brooklyn, sebbene il frammento del Cairo abbia elementi in comune anche con altri rilievi intagliati della XXV dinastia, incluso il monumento funerario delle mogli degli dei a Medinet Habu. I frammenti in arenaria di Brooklyn potrebbero provenire dallo stesso monumento (attualmente indeterminato), così come l’esempio cairota. Lo stile del bassorilievo è molto simile, altrettanto per alcuni dettagli: le piume di Amon, che si estendono oltre l’immagine, i pesanti lineamenti kushiti, specialmente la leggera pinguedine del volto di Amenirdis e il suo naso con la tipica gobba kushita. I frammenti di Brooklyn sono stati datati alla seconda metà della XXV dinastia (circa 710-690 a.C.).

Il retro della superficie dei frammenti americani non è stato ancora fotografato e non è consultabile per una visualizzazione. Ad ogni modo, i restauratori del Museo di Brooklyn che hanno esaminato i pezzi hanno notato che uno aveva una “superficie liscia, relativamente recente”, mentre l’altro blocco “ha una sostanza fangosa su gran parte di essa, incluse le due aree di riparazione e una zona approssimativamente rotonda sopra la riparazione più in basso. Sembra quasi che il retro sia stato volutamente levigato o rifinito con questo materiale di riempimento marrone”. Forse le marcature sul verso irregolare del blocco del Cairo erano una preparazione per appianare con altre sostanze? I bordi, come quelli dei pannelli di Brooklyn, sembrano stati tagliati in epoca moderna.

Prove circostanziali focalizzano l’attenzione sulla stessa origine per questi frammenti; due sono stati acquistati dal Museo di Brooklyn, ceduti dal Gayer-Anderson sotto gli auspici di Jean Capart. Per alcune ragioni, questo terzo frammento rimasto al Cairo, forse perché il peggio conservato rispetto agli altri, non ha fatto la traversata oceanica.

Un frammento a rilievo in arenaria, proveniente dal Museo Fitzwilliam di Cambridge, mostra la figura della sposa di Amon con la mano di una divinità, che potrebbe essere collegata al frammento del Cairo, in quanto ha legami col Gayer-Anderson. Nonostante questo pezzo sia più finemente lavorato con dettagli interni e le dimensioni siano maggiori, potrebbe provenire da un’altra sezione dello stesso monumento, forse scolpita da un diverso artista. Il fatto che provenga dal Gayer-Anderson suggerisce che il museo possedeva molti frammenti di quel periodo, alcuni venduti o donati ad altri musei, mentre altri sono stati tenuti.

Sebbene la collocazione originale del frammento del Cairo sia sconosciuta, si può tranquillamente concludere che sia tebano come origini, o proveniente dal complesso di Karkak, oppure potrebbe provenire da Medinet Habu. Può aggiungersi agli altri pezzi nei musei, nei magazzini o in sito. Se questi collegamenti potranno essere stabiliti, forse avremo una più completa immagine di un altro monumento delle mogli del dio Amon.

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Original article: Salima Ikram, AUC in “Servant of Mut”, studi in onore di Richard A. Fazzini

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